Archivio per la Categoria “Storie”
Che bello svegliarsi incazzato
sentirsi come una mina inesplosa
nel campo da calcetto di un oratorio
in mezzo ai bambini che giocano.
Potrebbe finire male, se uno di loro
esplodesse in piena azione da gol.
Ma potrebbe finire meglio
se a esplodere fosse il parroco.
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La luce è accecante, fuori dal Vault 101.
Il paesaggio desolato, terra gialla, sassi grigi, alberi neri bruciati dalle radiazioni, il cielo verde pallido, il sole indefinitamente nascosto dietro l’atmosfera spessa come un muro di cemento.
Cammino nel caldo asfissiante con un casco da motociclista in testa e un vestito di pelle addosso, entrambi presi dal cadavere di un Raider incontrato qualche giorno fa. Voleva derubarmi, il poveraccio.
Affianco a me scodinzola ansimante Dogmeat, un docile bastardo, incrocio tra un pastore tedesco e chissà quale altro cane mutante delle Wasteland. Anche lui era stato assalito da un gruppo di Raider. Sadici figli di puttana che se la prendono anche con i cani. Ne ho fatti fuori tre e Dogmeat ha deciso di seguirmi. Molto utile quando devo trovare uno Stimpak tra le rovine di qualche edificio delle Wasteland.
Dogmeat inizia ad abbaiare riprendendo la mia attenzione. Guardo nella direzione verso cui punta e vedo una costruzione di lamiere e altra spazzatura metallica. Mi tolgo il casco – sono vicino a una città e non ci dovrebbero essere pericoli – e mi asciugo il sudore. Tiro fuori il fucile, non si sa mai, e mi avvicino al cancello d’ingresso, preceduto da Dogmeat.
Seduto in mezzo alle rocce c’è un barbone, rosso per il sole e con le labbra spaccate. Mi chiede dell’acqua, acqua depurata, non quella merda radioattiva che si trova nelle Wasteland. Non ne ho e deduco che non ne troverò neanche dentro questa città.
Guardo le lamiere all’ingresso e su di una c’è una scritta dipinta a mano con della vernice bianca e secca: “Benvenuti a Megaton”. Un nome inusuale per una città.
Il robot di guardia mi accoglie con la consueta educazione dei robot e mi ricorda di abbassare il fucile. Bofonchio un sì a mezza bocca e lo tengo puntato lo stesso. Queste sono le Wasteland e per quanto un posto possa essere sicuro, non ci sono leggi a proteggerlo. Se fai uno sgarro a qualcuno, puoi star certo che quello ti ucciderà.
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Se vivessimo in
un mondo simpatia
dovrei poter scrivere
“Oh, esci con me”
e ficcare la sera stessa.
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Che bello ordinare
Fallout 3 e Wall•e
da Play.com per rispamiare
senza pensare
che in Italia a dicembre
il pacco scompare.
Che bello richiedere
la nuova Postepay
che la vecchia è scaduta
aspettare la busta del PIN
e quella della carta
senza pensare
che in Italia a dicembre
il pacco scompare.
Che bello sognare
un’utopico mondo
in cui i ladri postini
muoiono di AIDS
o di altre malattie
dolorose e a lungo decorso
mentre io scendo le scale
apro la cassetta
e trovo la mia posta.
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Che bello partire
per mesi guardare
il dollaro che crolla
e l’euro che sale.
Che bello vedere
a una settimana dal volo
l’euro che crolla
e il dollaro che sale,
l’Alitalia che fallisce,
sanata dalle nostre tasse.
Che bello vedere
a tre giorni dalla partenza
sopprimere il ritorno
e l’Alitalia che pretende
di non spostare la data
senza risarcimento alcuno.
Che bello scoprire
nelle clausole del biglietto
che per le cancellazioni
di voli intercontinentali
sono previsti indennizzi
di 600 euro cadauno,
oltre a eventuali
alberghi e ristoranti.
Che bello sperare
di ottenere l’indennizzo
e contribuire ad affossare
la mia compagnia di bandiera.
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Che bello la sera
vedere la finestra
che verso l’interno
spinge con vigore,
pensare che è aperta
e invece è la bufera.
Scendere in strada
sotto il diluvio universale,
tra gli alberi divelti
abbattuti sul traffico
e un raccoglitore della Caritas
sbalzato di due metri:
portato via dal vento
capire che il mio quartiere,
Colli Aniene, non c’è più.
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Che bello la mattina
svegliarsi all’alba,
con il sonno e la pioggia,
andare all’università
e vedere la didattica
riprendersi dall’interruzione.
Rimossi i lenzuoli dell’occupazione
a Fisica e a Chimica,
in ogni facoltà
tranne la mia.
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Ieri sera, bella partita di calciotto, complimenti a tutti, davvero!
Esco di casa alle 20.00 preventivando un’ora di viaggio fino al campo (ora di punta in tangenziale) ma non c’era nessuno. C’ho messo neanche 20 minuti.
Arrivo a Tor di Quinto con visibilità zero, diluvio universale e a via del Baiardo (cioè quella dei campi) un cipresso era mezzo crollato sulla strada schiantandosi sulla pista ciclabile. Lo supero e arrivo al campo. Una partita di calciotto procedeva nonostante l’acqua e il vento.
Chiamo gli altri senza considerare che sono delle teste di cazzo (”Aspettaci là, magari fra poco smette!” XD ) e mi diletto in fotografie sataniste, con riflessi di croci sul parabrezza appannato. Sullo sfondo un riflettore e una porta da calcio deformata dall’acqua… Nello stereo: 02 Sogni, che è Sogni e Sintomi dei C.S.I.
Al ritorno il cipresso è crollato ulteriormente e devo passare in mezzo alle fratte. Via di Tor di Quinto è allagata, si procede a due all’ora nell’acqua che arriva fino allo sportello. E’ tutto allagato fino allo Stadio e non avendo niente di meglio da fare, sorpasso un motorino sbattendogli un’onda d’acqua addosso.
Però è stata una partita splendida.
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Scritto da: Copons in Storie, tags: sushi, zen

Come di può diventare così calmi e freddi, duri e tranquilli nonostante tutto?
I Bluvertigo cantavano, in Troppe Emozioni:
ad ogni nuovo raffreddore
scompare sempre una minima dose di olfatto
chi ha subito un danno è pericoloso:
sopporta tutto
troppe emozioni rendono insensibili
troppe emozioni rendono impassibili
Ed è vero.
Oggi ho avuto la conferma che il mio olfatto non sente nulla. Oggi ho avuto la conferma che posso sopportare qualunque cosa.
Solo quando hai toccato il fondo puoi finalmente iniziare a vivere.
Io il fondo l’ho toccato, ci ho sguazzato, ci nuoto tutt’ora.
Ma non lo concepisco più come il fondo. Ora mi sembra un luogo etereo, inventato, inesistente, impalpabile.
Non sono qui, non provo nulla, non so dove sono e non mi interessa.
Vivo in attesa di una decisione, buona o cattiva che sia.
Né male né bene, solo decisioni e conseguenze.
Nulla posso tangere e nulla mi tange, ma non mi sento in trappola. Sono seduto sulla panchina di una fermata d’autobus ad aspettarne uno, anche se parecchio in ritardo. Anche se forse non verrà mai.
Ma non mi alzerò da qui finché non mi diranno chiaro e tondo che questa linea è sospesa, e non verrà mai più riattivata.
Io sono lo Zen, pace e tranquillità, non sento il corso degli eventi e non mi muovo avanti né indietro. Io sono lo Zen e sono fermo.
Ma giacché a Roma “Zen” è un ristorante giapponese, piuttosto che immedesimarmi in un monaco buddhista che sprizza pace interiore da tutti i pori, preferisco immaginarmi come un delicato filettino di ventresca di tonno elegantemente posato su una polpettina di riso bianco, con un pezzettino di wasabi a dividere e affianco una ciotolina con un filo di salsa di soia in attesa di qualcuno che prenda il nigiri (cioè me) e lo bagni dolcemente nel liquido nero.
Ho fame.
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Scritto da: Copons in Storie, tags: guinness, kfc

Voglio vivere in Qatar.
In Qatar sanno come godersi la vita.
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